ponte sesto


II toponimo di Pontesesto indica chiaramente I' origine romana; si riferisce infatti alla sesta pietra miliare collocata lungo la strada romana e indicante la distanza del luogo dal centro di Milano ("ad sestum lapidem Mediolani", 6 miglia equivalevano a 9 km). La prima parte del toponimo ricorda invece un ponte, che già a quei tempi attraversava il Lambro.
II più antico documento riguardante Pontesesto risale al 1040 ed è un contratto di vendita redatto secondo le leggi longobarde. Un altro contratto stipula la vendita di un fondo con diritto su una cappella dedicata a S. Giorgio. La notizia è verosimile poiché la devozione a S. Giorgio a S. Michele è di origine longobarda. Un'importante documento del 1429 (Investitura livellaria fatta dai RR.PP Humiliati di Sta Maria di Mirasole, conservata nell'Archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano) testimonia l'appartenenza dei borgo al movimento degli Umiliati e la sua stretta dipendenza dall'abbazia di Mirasole, dipendenza che durerà diversi secoli. Nel 1570 L'Ordine degli Umiliati fu soppresso dall'Arcivescovo Carlo Borromeo e i beni ceduti al Collegio Elvetico di Milano, istituito da pochi anni ad opera dello stesso Borromeo, per l'istruzione religiosa dei sacerdoti svizzeri (che durò fino al periodo napoleonico). Tra questi beni troviamo anche la possessione di Pontesesto.



Cascina Gambarone, 1970

Le terre dall'altra parte del Lambro appartenevano invece all'illustre Casa Taverna, che diverrà in futuro proprietaria della cascina del Dosso. I terreni e le cascine del Gambarone appartenevano alle Monache umiliate di S.Maria Maddalena del cerchio e di S. Maria della Valle.
Momento importante dello sviluppo del borgo è l’istituzione della parrocchia (1609). Prima di allora celebravano le funzioni preti mercenari. La parrocchia è il primo segno di autonomia del borgo e consente un minimo di struttura amministrativa oltre che religiosa. Infatti nel 1635 si aggregarono a Pontesesto le cascine del Gambarone e del Dosso, che prima dipendevano da Rozzano. La parrocchia non presiedeva solo alle attività spirituali, ma amministrava i beni della chiesa ed era quindi il tramite tra l’amministrazione ecclesiastica e quella dello stato. Si cominciarono così a delineare le dimensioni demografiche e amministrative del borgo, che rimarranno tali fino alla definitiva annessione al comune di Rozzano nel 1870.


Accanto la Parrocchia esisteva però, anche durante il periodo della dominazione spagnola, un embrione di rappresentanza locale, seppure con poteri molto limitati. I membri della comunità eleggevano, dopo essersi congregati al suon della campana, il loro console. Spesso era lo stesso affittuario, il quale aveva tuttavia compiti limitati: portava le denunce, assisteva agli adempimenti della giustizia e poco altro. Sulle amministrazioni dei Comuni interveniva il Podestà, che in genere risiedeva nel comune capopieve. Egli avrebbe dovuto tutelare le piccole comunità, ma più spesso si limitava a garantire l’osservanza di grida e diritti.
Nel 1722, anno del rilievo catastale, a Pontesesto risiedevano circa 250 abitanti, non stabilmente, poiché per i braccianti vi era I'usanza a S.Martino (vedi San Martino) di cambiare padrone e quindi casa qualora il nuovo contratto fosse stato più vantaggioso. Nel 1757 un regio decreto sancisce i confini amministrativi del Comune di Pontesesto, del quale saranno parte oltre al borgo omonimo, la cascina del Dosso e il borgo del Gambarone. Essi erano e rimasero attestati intorno a quella cifra per secoli, dal 1770 al 1951. Con il passaggio della Lombardia agli Asburgo, si assiste alla riorganizzazione dell’amministrazione locale; infatti, il decreto imperiale del 1786 divise la Lombardia in 8 province, istituì la Congregazione centrale, residente a Milano, quelle provinciali, residenti nei capoluoghi ed i Collegi permanenti, al fine di “conoscere i desideri ed i bisogni degli abitanti del nostro Regno Lombardo Veneto”.

Ponte Sesto, il borgo di Villalta, anni '70

Abitazioni contadine, borgo di Villalta, anni '70

I loro rappresentati erano ovviamente i possidenti ed i nobili. Ai comuni di campagna furono invece proposti dei deputati e un Consiglio o Convocato di possessori secondo il numero di possedimenti del distretto, che avevano comunque competenze limitate: deliberavano sulle spese di manutenzione delle strade e nominavano gli amministratori. Tra i documenti ritrovati abbiamo testimonianza delle elezioni al Convocato generale dei possessori dei tre deputati di cui il comune di Pontesesto aveva diritto per le tre possessioni principali. Dal 1818 al 1842 furono: La Causa Pia del Sesto, il conte Taverna, proprietario del dosso ed il sig. Carlo Ferrario, affittuario del Gambarone. Mentre dal 1842 al 1859: la Causa Pia, il conte Taverna ed il sig. Barbiano di Belgioioso. Il borgo aveva le caratteristiche tipiche dei nuclei rurali della “bassa”. Si allargava intorno ad un’aia centrale, fonte di contese tra il fittabile ed il parroco. Intorno ad essa, il palazzo del Fittabile, gli edifici rurali, le case dei braccianti e, a sud, la chiesetta con gli edifici annessi. Sulle sponde del Lambro gli edifici artigianali, il mulino, il torchio. La vita del borgo non subì variazioni fino all'arrivo di Napoleone, che confiscò tutti i beni Ecclesiastici e con essi anche Mirasole e Pontesesto; che successivamente, nel 1797, cederà poi alla Ca’ Granda, l’ospedale maggiore, per il pagamento delle cure prestate ai suoi soldati. Nuovamente, nel 1802, la proprietà di Ponte Sesto fu venduta dall’amministrazione dell’Ospedale all’eredità dell’Opera Causa Pia del Sesto, per sanare il grave stato di passività in cui si trovava l'ente ospedaliero. Tuttavia, Il cambio di proprietà, non influì minimante sul rapporto di affitto (il fittabile infatti rimase lo stesso Fermo Taccani).



Ponte Sesto, lavoro nei campi. Inizi '900

Il periodo di Gestione della Causa Pia del Sesto, si caratterizz ò per il notevole impulso data dalla ristrutturazione del borgo e dall’ammodernamento delle colture; infatti, dal 1820 al 1860, quasi tutti i caseggiati rurali e artigianali vennero ampliati e ristrutturati, la parte residenziale venne completamente rinnovata con la costruzione delle case coloniche e la ristrutturazione della casa del fittabile. Cominciò anche a funzionare in locali di fortuna una scuola elementare, solo maschile
 La vita del borgo comunque non subirà radicali mutamenti per più di un secolo, nonostante eventi nuovi abbiano sconvolto il quadro generale: l’unità d’Italia e la formazione del Comune di Rozzano nel 1870.
Dagli anni ’30 furono effettuati numerosi cambiamenti: il Lambro venne incanalato per poter arginare le continue inondazioni, alcuni edifici artigianali come il frantoio ed il trebbiatoio furono in seguito soppressi. Rimarranno le attività agricole essenziali: l’allevamento del bestiame, la produzione del riso (che nel periodo primaverile richiamava le mondine) e la sua lavorazione nell’essiccatoio. Finché –a partire dal 1975- anche l’essenziale verrà eliminato. Solo nei primi anni ’60 venne costruito il nuovo ponte sul fiume Lambro, che consentì i collegamenti con Milano tramite via Curiel.
Pontesesto oggi è considerato dalla legge come “Centro storico”, poiché sono presenti insediamenti con origini anteriori al 1860.



Casa del fittabile, borgo di Villalta, anni '70

Le terre di Pontesesto venivano cedute in locazione per essere coltivate, e a questo proposito è presente a  Villalta, nella frazione di Pontesesto, il “Palazotto” del fittavolo, o “Casa del fittabile, l’affittuario che si impegnava a gestire per conto del proprietario, solitamente un nobile o, come in questo caso, un ente ecclesiastico il terreno concessogli.   Il cascinale del Dosso, noto come Villalta dal 1925, rappresentava, con il cascinale Gambarone, il nucleo originario di Pontesesto. Oltre alla casa del fittabile, vi erano le case coloniche, l’aia e le stalle in gran parte abbattute a causa dei danni arrecati dalla guerra.
Nella zona di Ponte sesto e Villalta si piantavano alberi il cui legno era utile come fonte di calore per le costruzioni, e per gli strumenti agricoli, specialmente pioppi, roveri, olmi e salici, mentre negli orti prevalevano le piante da frutto come fichi, noci, peri e moroni.
Alla Casa del Fittabile si accedeva da un portone con arco in cotto e tetto in legno. Si trattava dell’unico edificio di un certo pregio architettonico. Al piano terra vi era la cucina col pozzo e l’acquarolo, il camino con focolare e coppa in cotto. Le sale avevano tutte pavimenti in cotto e grandi travi di legno ai soffitti. Ai piani superiori trovavamo tre grandi stanze e i granai. Di fronte la casa vi erano l’orto ed il giardino del fittabile. Oggi il palazzo si presenta transennato e messo in sicurezza.



Bibliografia: