Racconti di guerra

Riportiamo alcune testimonianze locali prese dal libro “Memorie storiche e culture locali: Rozzano”, che raccontano come si viveva durante il periodo dei bombardamenti nel corso della seconda G.M, tra fughe nei campi e commerci clandestini con i soldati inglesi.




“Negli ultimi anni della guerra ci voleva il  permesso per andare in bicicletta, anche per andare a scuola. Si andava sempre in bici oppure a piedi anche perché allora era un lusso avere le scarpe e non si sapeva come risuolarle. […] Allora ci si adattava più facilmente alle difficoltà della guerra, mi ricordo quando si aspettavano i mitragliamenti, ricordo una mitragliata nello stabilimento (la Filatura) e poi quando da sopra lo stabilimento, sul tetto, si andava a vedere Milano che bruciava di notte, perché Milano è stata bombardata tantissimo. Dove c’è il salto d’acqua del Naviglio si può vedere ancora nella pietra il segno di una pallottola di uno Spitfire che ha perforato tre lamiere; quel salto d’acqua produceva elettricità e rendeva autonoma la Filatura, e solo due volte all’anno, quando c’era la secca e passavano le barche a pulirlo, si comperava l’energia dall’Edison.”


Due fori provocati da colpi d'arma da fuoco sparati durante la seconda guerra mondiale
nel muro di una palazzina a Rozzano sulla SS35



“Durante la guerra, la nostra la chiamavano la campagna delle bombe, perché ogni tanto andando verso Milano sganciavano delle bombe su di noi. Ha sconvolto la vita qui, che era sempre rimasta tranquilla, lo sfollamento delle persone da Milano che cercavano scampo dai bombardamenti…”
“Durante la guerra noi sentivamo l’allarme di Milano, ci alzavamo di notte e prendevamo una borsa con l’oro ed i soldi, la mamma scappava con la borsa dagli Chevallard che aveva dei bambini piccoli, allora aveva fatto una specie di rifugio sotto la sua casa; finito l’allarme si tornava a casa.  Grazie a Dio non abbiamo avuto bombardamenti qui, il problema era che dagli aerei si vedevano le ciminiere dello stabilimento dell’Isotta Fraschini, dove facevano materiali da guerra, ma poi dopo la guerra, abbiamo saputo che non la bombardavano perché dentro erano tutti partigiani, o quasi.”

“Gli anni della guerra sono stati anche importanti: c’era il mitico Pippo che ogni tanto di notte tirava giù una bomba e se ne andava. Ricordo che in tempo di guerra c’era un drappello di inglesi a Basiglio con i quali avevamo fatto amicizia e facevamo un po’ di mercato per tirar su un po’ di soldi.”

Ricordi e testimonianze raccolte da Giuseppe Comitani

“Nella tarda mattinata del 9 sett. 43’, una compagnia di carri armati (due semoventi armati con cannoni da 75/28 e due carri d’assalto con cannoni mitragliera da 20mm) proveniente da Milano con andatura spedita, imboccò la stradicciola (via Lambro) che porta alla cascina di Quinto de’ Stampi. Sul carro di punta garriva il gagliardetto del “Savoia Cavalleria”. Qui giunti, scelto un posticino sul retro del giardino padronale, vi parcheggiarono i quattro blindati addossandoli alla siepe… Gli equipaggi avevano deciso di disertare: ufficiali, sottufficiali e truppa si liberarono delle armi individuali che abbandonarono all’interno dei “mezzi” poi, con la “calda” collaborazione dei contadini e del fittabile Sig. Stabilini si travestirono nelle fogge più strane. Tolte le divise e levati gli scarponi, indossarono indumenti, scarpe e zoccoli, generosamente offerti dai villici, indi, si allontanarono dalla cascina alla spicciolata. I blindati vennero prontamente ricoperti di paglia, così da sembrare un grosso pagliaio. Una notte dell’inverno 1943.1944, tre uomini, qualificatisi per partigiani, svegliarono il fittabile e, con l’aiuto del mungitore in servizio di guardia notturna, aprirono i portelloni laterali dei carri. Fra questi doveva esserci qualche ex carrista e vi asportarono tutte le armi individuali, le radio RT e le due mitragliere delle “cingolette” poi, fattisi dare dal fittabile due grossi fusti metallici, li riempirono di benzina tolta dai serbatoi dei carri.
Una notte dell’inverno 1944-45, una numerosa colonna di autocarri tedeschi rimase ferma per alcune ore sulla Statale dei Giovi nel tratto Binasco-Moirago a causa di decine di pneumatici squarciati dai chiodi a quattro punte sparse sulla sede della stradale (i “chiodi” furono forniti dai Residenti di Gratosoglio, prodotti segretamente nell’officina di manutenzione della Cartiera di Verona).



L’insurezione: Un esercito di soldati senza uniforme imbraccia le armi e insorge
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I patrioti locali, come tutti i Resistenti della zona Sud-Ovest, che comprendevano i comuni di Corsico, Buccinasco, Assago, Rozzano appartenevano alla 113° Brigata Garibaldi, dalla quale ricevevano tutte le disposizioni operative ed il materiale di propaganda. La notte tra il 24 ed il 25 aprile i patrioti di Rozzano (di concreto con tutta la “zona”) prendevano posizione, armati, costituendo un posto di blocco sulla S.S. 35 (dei Giovi) ma, poco tempisti, al punto di lasciarsi sfuggire nel pieno della notte tre autoveicoli militari tedeschi: un autocarro carico di fusti di benzina venne rintracciato di buon mattina all’interno della cascina Bandeggiata con i due conducenti disarmati, che vennero condotti al centro di raccolta prigionieri in città. Il secondo veicolo, un torpedone carico di posta e generi alimentari, venne fermato al casello daziario di Annone-Basmetto. Il terzo autoveicolo, un autocarro, che aveva forzato il blocco a Rozzano procedendo a forte andatura, fu ritrovato il mattino seguente da un abitante di valleambrosia, che dette l’allarme e riferì ai patrioti la sua presenza, parcheggiato sotto il porticato all’interno del cortile del mattatoio-macelleria Boretti.

I Vigilantes dal cielo

Cacciabombardieri anglo-americani a partire dall’autunno ’44, decollando dalle basi a sud della Linea Gotica “salivano” nell’Italia settentrionale a pattugliare le vie principali di comunicazione: strade, ferrovie e idrovie. Eccoli puntuali come ogni mattina! Ore 7.30-8.30, la pattuglia di cacciatori – 2 o 4 velivoli- Mustang, Tifoon e Spitfire erano i modelli più comuni. Venivano da sud, statale Vigentina, Pavia – Milano: volando a bassa quota inclinati d’ala, rasentavano la periferia meridionale della città in direzione sud, statale dei Giovi (S.S.35), Milano –Genova. Controllavano tutto ciò che vi si trovava a transitare, come un autocarro con il cassone pieno di sacchi di riso, provenienti dalla riseria del Persichetto, fermo al casello daziario di Milano – Ponte Sesto (ubicato oggi sulla via Curiel, nel punto in cui sorge il centro polisportivo Carraro). Gli centrarono il motore mettendoglielo fuori uso. Ad un altro che trasportava del latte, appena lasciata la cascina di Quinto Stampi (nel punto dove oggi insiste la portineria della Ex CoGeMe sulla via Piave) forarono la maggior parte dei bidoni: il latte finì miseramente nel fossato di lato alla strada.


Un Douglas A26 soprannominato "Pippo"

Pippo – Black Widon (la Vedova nera)
Ad iniziare dall’autunno 1944, gli Anglo-Americani iniziarono il controllo del cielo sull’Italia settentrionale. Durante le ore notturne, con l’impiego dei ricognitori, su Milano e dintorni non mancava mai all’appuntamento dalle ore 21.00 il “Pippo”, identificato come “Black Widon”, che ci rendeva le notti insonni e precaria la circolazione sulle strade. Quell’invisibile o quasi aereo che partendo da basi dell’Italia liberata, quasi tutte le notti era sopra di noi a ricordarci che anche il solo accendersi una sigaretta allo scoperto era pericoloso. Ci era diventato famigliare, tanto da crearci perplessità se una notte mancava al’appuntamento… Occorreva evitare nel modo più assoluto che una qualsiasi sorgente luminosa arrivasse agli occhi attenti degli aviatori del Pippo: dalle abitazioni, fabbriche, laboratori, edifici pubblici non doveva filtrare il benché minimo spiraglio di luce. Intorno ai lampadari si stendeva un pezzo di stoffa scura che lasciava libero solo un disco di luce al centro. All’avvicinarsi, nel buio cielo, del Pippo, la prima persona che percepiva l’ormai famigliare ronzio dava l’allarme, nel cortile o sull’aia, in città come nel paesino, gridando a squarciagola “Ghe el Pippo, smursee i ciar!” (C’è il Pippo, spegnete le luci!)